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Dicembre 2017

L’associazione Occhio Blu Anna Cenerini Bova segnala

UNA MUSA ALBANESE ALLA SAPIENZA
giornata di studi in onore di
MUSINE KOKALARI (Adana 1917 - Rrëshen 1983)
Sapienza Università di Roma
Facoltà di Lettere e Filosofia - Dipartimento di Storia Culture Religioni
Città universitaria - Palazzo del Rettorato - Aula degli Organi Collegiali
Lunedì 4 dicembre 2017, ore 10

Musine Kokalari, oggi in Albania riconosciuta Onore della Nazione, è stata la prima, grande scrittrice e poetessa al-banese del Novecento, sensibile alla nascente “questione femminile” e alla miseria delle società rurali da lei denunciata in intensi, partecipati componimenti. Nel 1938 è a Roma per laurearsi in Lettere alla Sapienza. Impegnata nella costruzione di un’Albania democratica, rientrata nel suo paese nel 1946, viene additata dal regime comunista quale “sabotatrice e nemica del popolo” e condannata al carcere e all’isolamento forzato fino alla morte avvenuta nel 1983.
In occasione del centesimo anniversario della sua nascita, la Sapienza dedica a Musine Kokalari questa giornata di studi quale complessiva riscoperta del suo alto profilo umano, poetico, civile. A partire da La mia vita universitaria. Memorie di una scrittrice albanese nella Roma fascista. 1937-1941, pubblicato nella collana La memo-ria restituita. Fonti per la storia delle donne (Viella, Roma 2016) autobiografia giovanile che solo oggi vede la luce in quello stesso italiano in cui fu composta a Roma, gli interventi puntano a rintracciare nella sua produzione letteraria la grande sensibilità introspettiva, filosofica, antropologica di Musine Kokalari. La giornataha  visto  inoltre la presentazione della traduzione albanese de La mia vita universitaria appena pubblicata in un’antologia in tre volumi curata dal Ministero della cultura albanese e dalla Biblioteca nazionale di Tirana, nonché una mostra multimediale dedicata ai luoghi, alle immagini, ai documenti, agli oggetti di Musine Kokalari a Roma. Le pagine italiane di Musine Kokalari sono risultato di un punto di vista dialettico, albanese e italiano, di una ragazza che si trovava a studiare in un’Italia fascista che nel ‘39 occupava la sua Albania; testimonianza di drammi vissuti dall’autrice giorno per giorno, negli anni che la videro frequentare la Sapienza, di cui descrive ambienti, relazioni, complicità. De queste riflessioni autobiografiche che restituiscono l’importanza da lei riposta in una brillante, partecipata formazione universitaria, si farà strada così in Musine l’appassionata ricerca intellettuale e politica di una via democratica, ostile a ogni dittatura. Condannata a vita dalla morsa comunista albanese, Musine resta ancor oggi una “ragazza uragano” che sa infondere alle future generazioni l’amore per la giustizia e la libertà.


Musine Kokalari

Nell'intrattenermi sul volume di Musine Kokalari, " La mia vita universitaria", mi è d'obbligo ringraziare  Mauro Geraci e Simonetta Ceglie per la lodevole iniziativa editoriale, promossa presso la Casa Editrice Viella, che ci ha consentito di conoscere una scrittrice albanese di  singolare talento, la prima scrittrice d' Albania, certo tra le più significative nei Balcani. Purtroppo, le crude vicende susseguitesi nel suo Paese tra gli anni '30 e i primi anni '80,  hanno impedito per oltre mezzo secolo che essa venisse conosciuta ed apprezzata come avrebbe meritato, e soprattutto non hanno consentito  che il suo messaggio etico e politico potesse irradiarsi utilmente in una società oppressa dal comunismo.

Il merito dei due studiosi italiani va anche oltre. Essi hanno impreziosito il volume, assieme al poeta-scrittore Visar Zhiti, inserendo saggi introduttivi di elevato valore storico, letterario, antropologico da cui emerge un ritratto straordinario, articolato, profondamente documentato  della scrittrice. Sulla personalità di Musine,  Mauro Geraci offre un magistrale capitolo di analisi antropologica, tra i più efficaci da lui scritti sulla società albanese, esaltando il valore  dell'opera quale documento di un'epoca nel panorama sociale e politico italo-albanese. Simonetta  Ceglie aggiunge una ricerca su materiali d'archivio albanesi e della Sapienza, che illumina il quadro ambientale, universitario, sociale, in cui si forma ,studia, cresce Musine Kokalari; e Visar Zhiti  descrive la sensibilità  poetica e umana della scrittrice, con una emozione che almeno in parte deriva dall'aver vissuto, nel periodo della dittatura, esperienze drammatiche analoghe a quelle di Musine.

Grazie a questo dotto e curatissimo sforzo editoriale, possiamo dire che finalmente emerge con nettezza, da una sconcertante  quasi-dimenticanza, la complessa e straordinaria figura di Musine, il cui profilo nobilissimo di intellettuale e di donna, finalmente, dopo la recente pubblicazione, entra nei  piani alti della letteratura femminile europea e nella storia della società albanese. Ma per di più, a mio avviso , il recupero della personalità e dell'opera di Musine fa sì che  il patrimonio etico culturale del giovane stato si arricchisca   di un nuovo significativo tassello, contributo ulteriore all' immagine dell'Albania. Mi preme osservare che chi ha frequentato il Paese delle Aquile negli ultimi vent’ anni,  non  ha potuto non percepire come esso si sia impegnato nel periodo postcomunista a ricercare se stesso ,  riportando alla coscienza del proprio popolo e alla percezione della comunità  internazionale i lineamenti di una complessa  identità, grazie ad una progressiva decrittazione di radici culturali  dense ma poco conosciute, stratificate  in tremila anni di storia. Per via di questo impegno, apprezzabile  quanto non percepito nella sua globalità, l'Albania si presenta già oggi quale uno dei bacini culturali più interessanti nel Mediterraneo : basti pensare ai sempre più numerosi giacimenti archeologici di origine illirica, greca, romana, alle articolate testimonianze architettoniche e pittoriche dell'epoca bizantina, alle armonie della sua polifonia, alle espressioni di una letteratura fertile e incisiva, alla varietà di motivi etnici e culturali nelle diverse città-borgo, nonché  ai contributi delle tante culture straniere che si sono affacciate, più o meno durevolmente, nel piccolo Paese schipetaro. Maggior  tempo richiederà un esaustivo  approfondimento della storia, almeno quella relativa allo sviluppo della società  nel periodo che tempestosamente si sviluppa tra l'indipendenza e la fine del regime di Hoxha; e certo numerose sono le aree grigie che gli storici devono ancora decifrare sulla formazione dei valori fondanti di un popolo, nella ricostruzione di influenze ed alleanze, nella individuazione delle ispirazioni politiche e culturali che sono all'origine degli attuali assetti istituzionali e dei nuovi orientamenti  del giovane stato. Alla interpretazione ancora incerta di questo vasto patrimonio culturale e della storia politica e sociale albanese, la complessa vicenda umana, letteraria e politica di Musine  aggiunge echi di insospettata modernità, inaspettatamente ispirati da più avanzate sensibilità europee. Oltre la qualità del linguaggio poetico e letterario , si esprimono, nel racconto di Musine, una  cultura che rigetta, con sincera, pressocché     inedita aspirazione democratica , i due totalitarismi, quello fascista e quello comunista; l' ambizione di una profonda revisione della condizione femminile; l'attenzione ad un dialogo interreligioso; i valori di un internazionalismo paritario e pacifico, che superi le guerre, le occupazioni, i colonialismi.

Musine, adottando nell'Albania dell'epoca un impegno democratico senza strumentali riserve, profondamente sincero, rifiuta il totalitarismo  in qualunque veste si presenti, manifestando pari avversione  per  il comunismo e per il nazifascismo, storici fattori bloccanti della progressione civile della società albanese. La sua sensibilità democratica si proietta verso il futuro, materializzandosi, a rischio della vita, nella definizione di un avveniristico programma politico di ispirazione socialdemocratica che fa pernio  sui valori del pacifismo, della neutralità, dell'internazionalismo, dei principi del parlamentarismo rappresentativo. Al di là del fascismo, al di là del comunismo, lo sguardo si indirizza  con passione verso una democrazia dialogante fra Paesi fratelli. Messaggi forse subliminali che sembrano rivolgersi con forza premonitrice agli  sviluppi europei  di un futuro  percepito, ma  che lei non vedrà.

Lo status della donna, rielaborato nelle esperienze della quotidianità, si carica in Musine di nuovi ruoli e di una più ferma centralità sociale: la donna che, libera dai vincoli del Kanun,si forma nelle aule universitarie, la donna che si proietta nell'impegno politico, la donna che si prepara ad essere dirigenza della società , la donna che avversa il totalitarismo.

E nella descrizione del profilo complesso di Musine entra anche il suo essere musulmana, nella forma di una piena apertura con cui, a Roma, ha occasione di dialogare con il cattolicesimo dominante. L'incontro tra le religioni è emblematico nell'evidenziare, nella patria del fascismo, la disponibilità alla tolleranza della giovane albanese, sia verso il cristianesimo, sia verso l'ebraismo, valori  che hanno ispirato  nel tempo una ancor oggi riconosciuta attitudine del popolo schipetaro.

L'internazionalismo paritario, pacifico , rispettoso dei popoli ispira anche la critica di Musine al pregiudizio orientalista diffuso tra gli italiani, carico di stereotipi regressivi e  rivendica  un pieno diritto alla dignità della cultura diversa, specie a fronte di un occidente opprimente nelle sue manifestazioni di sopraffazione e di repressione dei principi di libertà,  e quindi  a Musine incomprensibile nella sua presunta superiorità.

L'eredità etico - ideologica lasciata da Musine  raggiunge con questi contenuti una eccezionalità nel patrimonio politico culturale albanese, integrandolo di valori inediti  propri di sensibilità vicine a società europee più avanzate. È questa la dimensione, grande, che mi piace ricordare di Musine, con la speranza  che l'Albania ne sappia ricavare fertili  insegnamenti per la più efficace ricostruzione democratica e civile del Paese.

Mario Bova


Occhio Blu
Anna Cenerini Bova

 

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"Il sogno italiano" di Ylljet Aliçka secondo Oliviero La Stella
Intervento di Oliviero La Stella alla presentazione del libro a Roma, il 20 aprile 2017
Di  Albania News


25 aprile 2017



Sono degli eroi per caso, i sei fratelli Tota protagonisti de "Il sogno italiano". O quanto meno degli eroi non intenzionali.

Dal punto di vista letterario, questo è – a mio giudizio – uno degli elementi di fascino del romanzo di Ylljet Aliçka, ispirato come è noto alla vicenda dei fratelli Popa.
Anche se i Tota attribuiranno successivamente una valenza rivoluzionaria al loro gesto, quello di infilarsi nel cortile dell’ambasciata italiana, va detto che l’hanno compiuto per guadagnarsi una vita migliore di quella triste che hanno vissuto in Albania sotto la dittatura di Enver Hoxha.
Rivendicheranno, nella seconda parte del romanzo, quella ambientata in Italia, di essere riconosciuti come gli "eroi del 1985". Tali si ritengono per una serie di ragioni: per essere fuggiti al regime comunista irrompendo nell’ambasciata italiana e chiedendo asilo al nostro Paese, per quei cinque anni trascorsi nel seminterrato dell’ambasciata, per aver lasciato esterrefatto il regime dinanzi al loro gesto clamoroso, perché per loro si è mobilitato al massimo livello il governo italiano e finanche il segretario dell’Onu Perez de Cuellar.
E infine ritengono di essere i precursori del grande esodo dall’Albania verso l’Italia e, in effetti, lo sono stati: l’arrivo nel porto di Bari del mercantile Vlora, con il suo carico di oltre ventimila albanesi in fuga dal loro Paese, avverrà infatti sei anni più tardi, nel 1991.
Fra loro e le masse che seguiranno il loro esempio ci sono tuttavia, a mio parere, delle differenze nelle motivazioni della fuga. Si è molto detto e scritto, ad esempio, sulla televisione italiana come magnete in grado di attrarre tanti albanesi da un Paese sconvolto da una crisi profonda verso un Paese che veniva dipinto ricco e felice, l’Italia "del mulino bianco", come allora si diceva. Ebbene, questo non sembra essere il caso dei Tota. La tv italiana non la guardavano. Si sono rivolti all’Italia per una sorta di credito che ritenevano di avere, per ragioni di storia familiare, nei confronti del nostro Paese.
Ma torniamo ai tempi di Hoxha. Un leader paranoico che ha governato con il Paese per quarant’anni con il pugno di ferro. Una dittatura sotto la quale era facile cadere in disgrazia e, dunque finire in carcere o ai lavori forzati, o perdere il lavoro, o peggio venire giustiziati. Bastava poco. Anche leggere libri sbagliati, ascoltare la musica rock americana o i programmi radiotelevisivi italiani.
I fratelli Tota, al di là di truccare i contatori della luce e dell’acqua, ascoltare la radio italiana e covare una certa insofferenza verso il regime, comportamenti e pensieri che peraltro condividevano con buona parte degli albanesi, al di là di questo non facevano nulla di sovversivo. Ambivano semplicemente a una vita normale. E per questo hanno aderito all’idea di Simon, il più piccolo dei fratelli, e hanno varcato – non senza paura – il cancello dell’ambasciata.
Sotto il regime una vita normale gli era inibita. I Tota avevano infatti ereditato una colpa, la colpa del padre farmacista, il quale era stato a suo tempo accusato di aver solidarizzato con l’occupante italiano e di non essersi poi unito alla resistenza. Per queste ragioni era stato incarcerato e ai figli era stato impedito di frequentare l’università. I sei fratelli pertanto svolgevano lavori modesti: operaio, facchino, ricamatrice, nel migliore dei casi un lavoro di contabile. Anche l’amore e normali relazioni sociali erano loro impediti, perché a causa di questa colpa originaria, questo marchio d’infamia, erano tenuti a distanza, considerati un po’ come degli appestati.
Quando muore Enver Hoxha, nel 1985, essi vorrebbero come tutti partecipare al solenne funerale del padre della Patria. Ma ciò ai due terzi della famiglia viene impedito perché, appunto, sono «segnati da una biografia politica compromettente». Solo due ottengono «l’autorizzazione a esprimere il loro dolore», come scrive Aliçka nelle prime righe del romanzo, un incipit molto incisivo con il quale l’autore già semina alcuni elementi sui protagonisti della sua storia.
Nelle pagine che seguono l’autore racconta la dittatura attraverso i funerali, quelli di Hoxha e quelli di altri dirigenti del partito comunista deceduti in precedenza. Come abbiamo detto occorrono requisiti di provata fedeltà per potervi partecipare; ma sono anche più o meno codificate – e osservate da solerti informatori dei servizi segreti – le modalità attraverso le quali i partecipanti esprimono il loro dolore. E’ quello che il professor Mauro Geraci ha definito molto efficacemente "il teatro delle lacrime".
Aliçka fa dire a un operaio: «Anche un asino sa che, a seconda del modo in cui manifesta il dolore, quindi di come piange, ognuno esprime i suoi sentimenti», ovvero «la simpatia o l’antipatia per il regime». Per questo ci sono questi spioni che con l’accuratezza di un contabile prendono nota delle lacrime versate, dei singhiozzi, delle espressioni di cordoglio. E in occasione della morte del padre della patria è evidente che il lutto va espresso con modalità eccezionali e dunque c’è chi si getta in terra, chi si batte il capo, chi si strappa i capelli, chi recita versi…
Non possiamo non riconoscere che queste pagine sono davvero divertenti. L’autore ha la capacità non comune di adottare registri narrativi differenti per le differenti situazioni che descrive. E qui, per raccontare il regime, ricorre alla farsa. Il critico Goffredo Fofi ha giustamente evocato la "commedia all’italiana", a proposito del romanzo. E’ – come ho detto – una capacità rara, quella di Aliçka, propria dei narratori maturi, migliori.
L’autore ricorrerà invece alla tragedia per raccontare quello che avrebbe dovuto essere il momento felice della storia, ovvero l’arrivo e la vita in Italia dei sei fratelli. Qui pensavano di trovare la dignità, la libertà e forse anche l’amore. Qui pensavano di ottenere una ricompensa per quei cinque lunghi e durissimi anni trascorsi in un seminterrato dell’ambasciata italiana a Tirana. Così non sarà perché appunto, come vedremo, le loro esistenze volgeranno via via in tragedia.
Nella seconda parte "Il sogno italiano" si rivela un potente romanzo kafkiano. A me ricorda molto "Il castello" di Kafka, la lotta del signor K. contro la burocrazia del Castello per ottenere la legittimazione della sua posizione. Egli sostiene di aver ricevuto una lettera di assunzione come agrimensore alle dipendenze del conte di West West – la fantomatica entità che domina sul villaggio – e pertanto si batte e si consuma per rivendicare il posto che invece la burocrazia gli nega. Anche i fratelli Tota in questa parte della storia, quella italiana, consumano la loro esistenza nel rivendicare un riconoscimento, una legittimazione. Invano.
Tornando a Kafka, ricorderete la lezione che il sovrintendente del villaggio tiene al signor K., l’aspirante agrimensore, sulla burocrazia del Castello. Fra le cose che apprendiamo è che essa è un’immensa macchina umana che agisce da sola, alla quale non importano i casi delle persone reali, il destino di questa o di quella creatura con il suo carico di desideri, di felicità e di dolore. La macchina del Castello non conosce cosa sia la carità o l’amore: è formalista. Così scrive Pietro Citati, il suo splendido saggio su Kafka. I fratelli Tota, una volta giunti in Italia, invece dell’agognato riconoscimento si trovano di fronte a una macchina umana come quella descritta da Kafka. Una burocrazia che non ha alcun interesse al loro «carico di desideri, di felicità e di dolore», sempre per usare le parole di Citati.
Altro che gli eroi di Tirana! Leggiamo come si rivolge loro un’arcigna e arrogante funzionaria della Prefettura di Roma. «I soggiorni, cos’altro?!» – esplose in una risata sincera la donna . «Li vedete quelli che sono seduti lì? Sono sei anni che aspettano di ricevere il permesso di soggiorno e vengono a presentarsi qui una volta al mese. Voi vi credete tanto privilegiati da ottenerli in una giornata?».
I Tota sono ora una pratica della Prefettura. Nei loro confronti non c’è non dico amore ma neppure una qualche forma di partecipazione umana.
Per la verità, una pratica – seppure di diplomazia internazionale – lo erano anche quando si trovavano nell’ambasciata assediati dalla polizia e dai manifestanti albanesi. Erano una grana per gli ambasciatori (uno dei quali cadde addirittura in depressione per non essere riuscito a risolverla) e anche per il governo italiano. Nel libro Andreotti, ministro degli Esteri, con insofferenza sussurra a Craxi, allora capo del governo: «Non ci sta mica chiedendo asilo Solzenicyn o Sacharov. Non sono che sei sconosciuti!».
Ma solo giunti in Italia i Tota hanno la concreta consapevolezza di essere soltanto una pratica burocratica. «Non interessa a nessuno occuparsi degli eroi del 1985 – dice Vangjel, il fratello maggiore – si sono dimenticati di noi e non se ne ricorderanno più».
Umanità verso i fratelli Tota nel libro di Aliçka ce n’è poca, anzi non ce n’è per nulla. L’unico gesto di umanità nei loro confronti arriva da un immigrato senegalese, incontrato nel campo profughi in cui sono ospitati subito dopo l’arrivo a Roma. Sarà infatti il senegalese a offrire a Maria, una delle quattro sorelle, un posto di lavoro – nella sua macelleria – e, chi sa?, forse anche un matrimonio e l’amore.
I Tota otterranno l’asilo politico due anni dopo. Otterranno anche un appartamentino nella periferia estrema di Roma e un modesto assegno di mantenimento. Rispetto a tanti profughi si possono dunque dire fortunati. Ma non otterranno mai la legittimazione che si aspettavano, non otterranno mai di essere riconosciuti come "gli eroi del 1985" e di essere trattati come tali.
Come non otterrà la sua legittimazione il signor K., l’agrimensore.
Non sappiamo come va a finire la storia di K. perché, come è noto l’autore non terminò il suo libro. In una nota alla prima edizione del Castello, Max Brod, il letterato amico e sostenitore di Kafka, spiega che a una sua espressa domanda Kafka gli avrebbe confidato l’intenzione che K. morisse di esaurimento, e che proprio in quel momento giungesse dal Castello l’ufficializzazione del suo diritto a restare nel villaggio e lavorarci.
Possiamo accostare questo ipotetico finale del Castello a quello del bel romanzo di Ylljet Aliçka, nel quale la famiglia Tota riceve un parzialissimo riconoscimento dall’Associazione Giuseppe Dossetti e da quel trafiletto del Corriere della sera. Ma è troppo tardi, anche nel loro caso.
Concludo con un caldo invito a leggere questo libro, un libro che ci induce a riflettere non solo sul passato ma anche, e soprattutto, sul presente e su noi stessi.

Intervento di Oliviero La Stella alla presentazione del libro a Roma, il 20 aprile 2017



 

Riportiamo di seguito la recensione del presidente di Occhio Blu Anna Cenerini Bova Su “Il Sogno Italiano” di Yliet Alicka già pubblicata nel numero Luglio Agosto 2017 da L’Indice dei libri del mese.
Una singolare riflessione sul tema  dell'emigrazione in Europa  ci viene dall'Albania.  Ce la fornisce uno dei più interessanti intellettuali  balcanici, l' albanese Ylljet Aliçka, scrittore, cineasta, diplomatico. Formatosi tra Tirana e Parigi, durante la complessa  esperienza della transizione albanese post comunista, forte di qualificanti esperienze di lavoro  presso la rappresentanza UE a Tirana,e  di Ambasciatore a Parigi,Aliçka è un efficace interprete dei processi d'integrazione dei Balcani nell'UE, di cui coglie con acume aspettative  e frustrazioni. Il tutto trasmesso con una  penna incisiva, capace di oscillare tra l'ironia  dissacrante e una  tragicità impietosa.


La sua ultima opera, un romanzo pubblicato in Italia dall'editore Rubbettino, significativamente intitolato "Il sogno italiano", percorre l'arco di tempo che va dalla morte di Hoxha nel 1985 ai primi anni di questo secolo. La trama si snoda intorno alla drammatica storia realmente vissuta dei 6 fratelli Popa, ribattezzati nel libro Tota, che per 5 anni si rifugiano nell' Ambasciata italiana, per giungere poi in Italia nel 1991, dopo complesse, ben documentate, vicende diplomatiche, politiche, burocratiche. Fuggono da un'Albania senza futuro, dove il regime si sfalda nella brutalità burocratica e repressiva del partito, nell'asfissia delle libertà, nella caduta devastante dell' economia;e lo scenario del funerale di Hoxha ,proposto con un'abilità letteraria avvincente, ne  è una algida conferma.

Li attende in Italia, terra dei loro sogni, una realtà imprevista,carica di amari confronti con una quotidianità appesantita da  stereotipi e deviazioni burocratiche : un Occidente distratto, una democrazia chiusa,una società che sospetta,  esclude e non comprende. Il tradimento del sogno,con  la caduta delle  false opportunità   trasmesse dai media , lascia spazio,nella comunità dei sei fratelli, ad una progressione fatta di solitudine,degrado,  follia, suicidi. Lo scontro tra due società percorse da storiche incomprensioni,si accompagna a politiche  impotenti  a gestire fenomeni  di accoglienza,di incontro, eventualmente di rientro validamente organizzato,incapaci di decifrare prospettive di integrazione e crescita. La lezione dell'autore si rivolge ad  entrambe le società  : quella albanese, imbalsamata e poi annichilita dal regime comunista,  quella  italiana ,deformata e poi resa ottusa da un capitalismo auto referenziale. Entrambi i Governi affrontano il problema con  una profonda riluttanza a calarsi nelle problematiche di fondo, il governo  albanese ad aprire una nuova  era di diritti e libertà, quello italiano a favorire l'integrazione attraverso il lavoro, superando la politica asfittica delle mance assistenziali, emarginanti e perennemente escludenti.

Con i sei fratelli Popa, o Tota, siamo agli albori della grande emigrazione di massa  albanese verso l' Italia e verso l' Occidente. Sono essi gli antesignani dell'occupazione a migliaia delle Ambasciate a Tirana e della fuga massiccia attraverso carrette di mare e gommoni, sviluppatesi nel corso di venti anni tra le due coste. E il racconto di Aliçka ci accompagna negli errori ed orrori che quel fenomeno  accumulò negli anni '90, per riprodursi ,in dimensioni ben maggiori, nelle  vicende  dell'emigrazione d'oggi. Il dramma di un'accoglienza inadeguata per mezzi e competenze, il dramma dell'integrazione fallita senza una  politica efficace del lavoro,la questione  negletta della formazione e del riconoscimento dei diritti civili, l'impossibilità ove richiesto  di un ritorno gestito. Questi sono fenomeni che Aliçka intravvede e racconta nella tragedia della integrazione mancata dei sei fratelli Popa in Italia, in questa prima prova di emigrazione dall' Albania, fornendo argomenti per  un dibattito di  attualità sui misfatti e sull'impotenza dell'immigrazione contemporanea .Un messaggio implicito e strategico emerge dal racconto: la triade " lavoro, formazione,diritti civili ", quale imprescindibile proposta per  una integrazione funzionale che sia capace  di trasformarsi in legalità, sicurezza , comprensione, benessere; e che sia in grado di saldare solidarmente il destino dei nuovi arrivati a quello dei residenti. Il saggio  sull' emigrazione si traduce in un' opera di coinvolgente efficacia letteraria, che penetra e commuove, e fa pensare ai Balcani quale laboratorio di una letteratura europea di poderosa ispirazione sociale, cui sono  dovuti maggiore attenzione ed apprezzamento.
Non è da sottovalutare nella costruzione dell'opera la preoccupazione dell'autore di non allontanarsi da fatti storici realmente accaduti,facendo trasparire una frequentazione  altamente professionale  di fonti e ricerche d'archivio. Nel corso dei numerosi anni di confronto tra le due diplomazie, emergono  poco note vicende intergovernative  sullo  sfondo della guerra fredda: ad esempio un Andreotti non insensibile al "favore" che Hoxha fece all'Italia rompendo con Mosca; il ruolo di Perez de Cuellar,quale occasionale mediatore, nell'episodio risolutivo del trasferimento in Italia dei sei.

L'autore chiude con un  graffiante  " post scriptum" che è una lezione eloquente per le società e le politiche, il cui contenuto Aliçka fa proprio mutuandolo da una denuncia apparsa a suo tempo sulla stampa italiana da parte di un' associazione culturale milanese .  "Dodici anni dopo il loro arrivo in Italia ,nessuno ha pensato di predisporre per la famiglia Tota una soluzione idonea e dignitosa, nè un appoggio da parte dei servizi sociali territoriali. Di conseguenza, quella che era una problematica a carattere politico e sociale, stranamente si trasformò in un problema di ordine pubblico".

Circoscritta in un preciso periodo temporale, l'opera non intende anticipare valutazioni e commenti anche sulle vicende migratorie mediterranee degli ultimi anni. Ma la profonditá dei giudizi rimane di straordinaria utilità per una comparazione efficace con queste ultime, evidenziando il reiterarsi di cause sociali ed errori politici. Quale opera letteraria, "Il sogno italiano"  supera di gran lunga le frontiere di un ambito nazionale e locale, per raggiungere il vigore di una riflessione di respiro europeo, sulla  immane tragedia dei fenomeni  migratori verso il  continente .

Mario Bova

  


 
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